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A letto col nemico,
di Massimo Carlotto (apparso su MAX dell'Aprile 2002) | ||
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Munù, Elisa, Liliana, Miriam e Cristina sono cinque donne argentine nate tra il '45 e il '57. Hanno una vita normale, come può esserlo in un paese devastato da una crisi economica senza precedenti. Apparentemente non hanno nulla in comune, vivono e lavorano in luoghi diversi. Eppure un giorno hanno avvertito la necessità di riunirsi intorno a un tavolo a bere mate e, per la prima volta dopo oltre vent'anni, di parlare del loro passato affidando i ricordi a un registratore. Munù e le altre sono sopravvissute del campo di concentramento clandestino organizzato all'interno dell' ESMA, la scuola di meccanica della marina militare argentina. Tra il 1976 e il 1983 in quel campo vennero rinchiuse alcune migliaia di persone sequestrate dagli squadroni della morte nelle case e nelle strade di Buenos Aires. Al loro arrivo venivano denudate e dovevano imparare un numero e due lettere dell'alfabeto che da quel momento sarebbe stato il loro nome. Furono torturate, assassinate e il loro corpo occultato o distrutto. Poche sopravvissero e per tutto questo tempo hanno scelto il silenzio o l'esilio volontario. Impossibile raccontare l'orrore. Impossibile spiegare il motivo di essere usciti vivi, il confronto con il destino dei desaparecidos è insuperabile. Munù e le altre hanno trovato il coraggio di parlare e il lungo tempo trascorso non è servito a cancellare il senso di colpa. | ||
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A differenza di molti altri scelgono di collaborare. Oggi dicono che mentivano per salvare se stesse e gli altri. Difficile crederlo ma la diffidenza verso chi si è salvato, a volte, è più forte della verità. Mentre i compagni escono dal sotterraneo ogni mercoledì per sparire per sempre, loro guadagnano un po' di vita. Ai piedi portano pesanti catene ma escono dalle celle minuscole e svolgono piccoli lavori. Il rapporto con i loro torturatori cresce di qualità. Diventa umano. Si trasforma in convivenza. E qui inizia l'orrore. | |
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I militari le portano fuori a cena per festeggiare la scomparsa di altri giovani. Tutti al ristorante, a mangiare carne e bere vino rosso, magari indossando il vestito di una prigioniera appena arrivata. E poi un bel giro in città a caccia di altri militanti ancora liberi. E poi di nuovo al campo con le catene ai piedi. E poi le confidenze. Ascoltare le crisi di coscienza dei torturatori che ricordano con simpatia qualche vittima o che si lamentano della moglie che non li capisce. E poi innamorarsi di qualche compagno che non verrà portato a morire il
prossimo mercoledì e fare l'amore con lui in un angolo buio, con le catene che
si attorcigliano, mentre Gardel canta a squarciagola per coprire le grida dei
torturati. E infine la libertà. Sotto controllo. Ogni giorno più attenuato, i
militari sono soddisfatti del "recupero sociale" delle prigioniere. Massimo Carlotto | ||