PLAZA DE MAYO
1. “Nun-ca mas! Nun-ca mas!”. Mai più uno sterminio, scandivano in piazza le madri, mai più un uomo dovrà dominare un altro uomo!
Da sei anni, ogni giovedì, le Madres di Plaza de Mayo marciavano per la piazza, intorno all’Obelisco, portando in testa il fazzolettone bianco con il nome del figlio sequestrato e scomparso. Quel giovedì, era brutto tempo; un po’ pioveva, un po’ smetteva. Molti si erano riparati sotto i portici, nelle vie intorno sotto i balconi, nei portoni. Laura era rimasta sempre in piazza, con le altre madri. Quel giovedì era speciale. Hector – suo figlio – e altri quattro giovani stavano per tornare liberi, sorprendentemente, dopo alcuni mesi di sequestro. Era un miracolo, come gli altri che, agli occhi di Laura, avevano accompagnato la vita di suo figlio. Migliaia di giovani erano stati sequestrati, torturati e poi uccisi; desaparecidos, senza che si potesse conoscere un posto su cui piangere e ricordarli.
Laura, come tante, si era abituata, da tempo, a considerare quei giovani come figli, e le madri degli scomparsi avevano, poco a poco, imparato a ritrovare i loro figli in tutti coloro che combattevano il mostro che stava divorando l’Argentina. Ma ora la Junta Militar stava per dimettersi; per ottobre erano state fissate le elezioni e i militari negoziavano la cessione del potere e il rientro in caserma, in cambio di silenzio e oblio. Per militari e politici, quella scarcerazione spettacolare – alla Casa Rosada, davanti a telecamere e giornalisti compiacenti – era solo una cinica operazione di propaganda e di scambio, magari suggerita dai consiglieri e dalle ambasciate dei paesi occidentali; ma per le madri era come rinascere.
Per Laura, poi, era qualcosa di più; era la conferma che suo figlio doveva nascere e, poi, doveva vivere, e vivere per gli altri: sin dal concepimento, le era parso che una forza, un destino, che prescindeva da entrambi, guidasse la vita di Hector, come una missione. Temette d’essersi ingannata, per l’unica volta, quando apprese del sequestro. Fu terribile, desiderava morire; ma ora era in piazza, con le Madres, ad aspettare il ritorno di Hector e degli altri. Mai prima era stata anche solo sfiorata dal sospetto che suo figlio potesse essere preso; non quando loro due cominciarono a adoperarsi per gli altri e nemmeno quando Hector passò alla clandestinità. Un giovane, che lavorava al Consolato d’Italia, andava a trovarla, di tanto in tanto, portandole notizie del figlio; qualche volta riuscì, addirittura, a farli incontrare al Consolato.
Un giorno, però, dovette dirle del sequestro. Due delle solite Ford Falcon verdi, senza targa, lo attendevano in una piazza di Buenos Aires. Hector aveva intuito e cercò di fuggire mischiandosi alla folla; anche la gente aveva capito e lo scansava terrorizzata, addossandosi ai muri degli edifici, mentre ingressi e portoni venivano richiusi. Ovunque si dirigesse, veniva braccato da quegli uomini in borghese che, a gruppetti, si muovevano decisi verso di lui. Fu subito preso e picchiato già in piazza, davanti a tutti. Lo caricarono in un’auto e sparì.
Laura urlò, una volta sola. Fu un urlo lunghissimo, lancinante, straziante, come se il mondo, la vita, fossero svaniti, e non avesse alcun senso restare. Allora, solo allora, pensò che fosse stata una folle illusione credere nella predestinazione di Hector, nella sua immortalità: soltanto uno stupido inganno!
Poi, guardò quel giovane: quante scene come quella aveva visto, quanti giovani e quante madri aveva soccorso? Mica erano suoi figli, o sue madri! E lei stessa, e Hector, quanto avevano aiutato gli altri in quei quattro anni! Quanto avevano rischiato! Quel giovane era lì per lei, per Hector, per dare una speranza agli Argentini. Aveva senso, allora, continuare a vivere, stare al mondo! Rinchiudersi nel dolore e nei ricordi non avrebbe ridato indietro il figlio né avrebbe impedito che altre mamme vivessero il suo stesso strazio. Doveva farsi forza e continuare. Anche ora che il suo cuore avrebbe voluto esultare per suo figlio non riusciva a non pensare agli assenti e alle loro madri: una donna, se perde un genitore diventa orfana; una donna che perde il marito è chiamata vedova. Ma come chiamare le madri alle quali sono stati brutalmente sequestrati i loro figli e non potranno più rivederli?
Che fa una mamma, quando le sequestrano il figlio cui ha dato la vita, tenendolo dentro di sé e nutrendolo con il proprio corpo? Che fa, quando non riesce ad avere notizie, risposte, ascolto, e magari le si dice di tacere per non compromettere la vita di quel figlio che, forse, è invece già morto o lo sarà da lì a poco, dopo innumerevoli e orrende torture? Che fa, quando tace e non sa che, intanto, stanno moltiplicandosi le mamme come lei, nel silenzio, nell’ignoranza, nella disperazione? Che fa, quando, poi, si comincia a parlare, a sapere, e, intanto, si sente allontanata, per disagio o paura, da chi ancora non è entrato nell’incubo e spera di restarne lontano? Che fa? Vive nel dolore, certo, nell’amore frustrato, nella speranza – forse, ma per poco. Poi, col tempo, scopre le altre mamme e quelli che lottano affinché l’orrore non si ripeta ancora e non accada mai più, affinché i colpevoli siano processati e puniti; scopre la solidarietà e la ribellione. Allora, anziché isolarsi nel lutto e nell’angoscia, le mamme diventano Madres, Madres di Plaza de Mayo, e capiscono che la felicità non è una concessione per qualcuno, ma un diritto di tutti, e che non potrà esserci vera gioia senza giustizia.
Le altre madri erano contente per lei, si stringevano attorno; ma Laura soffriva: per il dolore delle altre, perché non riusciva a gioire come avrebbe voluto, perché il presente non consentiva di gioire come avrebbe voluto. E anche questo, pensava, era un segno della predestinazione. Il suo rapporto con il figlio non sarebbe mai stato esclusivo, normale. Altre persone doveva ammettere al suo affetto e alle sue attenzioni; e anche altri dovevano occupare la mente, il cuore e le azioni di Hector, soprattutto ora che stava per essere liberato e il suo impegno politico sarebbe stato totale. Lei e suo figlio erano destinati a vivere in mezzo agli altri e per gli altri.
Ma ora, proprio ora che stava finalmente per rivederlo, vivo, non potette evitare, per un momento, di ritornare ancora mamma, e nel modo peggiore, più doloroso. Il giovane del Consolato l’aveva preparata. Sapeva ormai che Hector aveva sofferto terribilmente le bastonate, le torture, le scariche elettriche; che faceva fatica a camminare e a masticare, che aveva problemi alla vista e, forse, avrebbe avuto difficoltà a generare – come il padre, il caro vecchio Hector. Però, era vivo, e questo era l’importante.
Laura aveva voglia di ridere e piangere, di gridare e parlare, di sussurrare qualcosa alle Madres. Qualcuno la invitò a sorridere: tuo figlio ha il diritto di aspettarsi un sorriso da te. Dalla borsetta prese lo specchietto del trucco. Asciugò gli occhi, aggiustò una ciocca. Aveva sessantacinque anni, ma ne dimostrava di più. Ho sempre lavorato, si disse, ho sofferto. Era la stessa età che aveva il marito, il vecchio Hector, quando morì, quando le morì addosso.
Entrò nel mulino di Hector che era appena bambina, insieme alla giovane mamma, una ragazza madre. Quel mulino per lei divenne tutto, casa, giochi, studi e, in seguito, lavoro e vita. Quando poi la mamma si spense, dopo breve agonia, Hector le offrì di restare, di crescere lì. Divenne signorina, studiava e aiutava Hector al mulino. La chiesero in sposa, ma lei rifiutò. Si accorse di amare Hector, nonostante la considerevole differenza d’età – ricordò Laura rimettendo in borsa lo specchietto. Glielo disse. Le venne da sorridere, lì, in piazza, rivedendo l’imbarazzo dell’uomo. Fu l’unica volta che lo vide perplesso e impacciato; segno che non gli era indifferente. Laura era testarda e decisa. Insistette e lui sorrise. Si sposarono. Si amavano e lavoravano, erano felici. Lei insegnava a leggere e scrivere ai bimbi e alle donne della borgata; lui frequentava il sindacato. Non riuscivano ad avere figli, ma non era grave. Col tempo, Hector cominciò ad avere dei problemi; nemmeno questo era grave. Laura cercava volentieri di aiutare il marito ad arrivare fino in fondo. A lei sembrava divertente e le veniva da ridere; anche Hector rideva. A volte riuscivano. A Laura seccava per il marito; a lei bastava stare vicini, abbracciarsi, baciarsi, toccarsi.
Ma quel giorno di primavera, però, sentiva che sarebbe stato memorabile, e che, addirittura, sarebbe rimasta incinta, nonostante avesse appena passato i quarant’anni. Avevano lavorato tutta la notte a sfornare il pane. Non attendevano fornitori né compratori di farina; così, alle prime luci dell’alba, dopo che era stato ritirato tutto il pane, decisero di riposare qualche ora prima di riaprire il locale. Lo avevano fatto altre volte. A lei piaceva, dopo una doccia, stendersi a letto e rilassarsi accanto al suo Hector, e addormentarsi piano piano, sentendo la borgata, la città che lentamente cominciava a svegliarsi.
Nel dormiveglia, Laura non si rese conto di cosa avvenne effettivamente, né in seguito si preoccupò di capirlo. Fu sogno, fantasticheria, desiderio? Si vide alla fontana accanto al mulino, vicino al fiume, dove preparava il bucato. Era sudata e imbrattata di farina. Entrò nella grande vasca, con la veste arrotolata in grembo, e si sedette sullo strofinatoio; si accingeva a insaponarsi, ma rimase incapace di muoversi, con gli occhi chiusi, immobilizzata dal panico e dal piacere, per qualcosa di familiare ma inconsueto che sentiva le stava accadendo.
Quando riuscì a muovere la testa, vide, stupita, un ramo di rosa rampicante scivolare lungo la sponda, verso il fiume, e entrare in acqua. Un masso rallentò la sua corsa; il sarmento girò su se stesso, orientando i boccioli verso di lei, e poi riprese a saettare, scomparendo dietro il canneto. Subito dopo, Laura sentì uno scalpiccio di zoccoli di cavallo, che diventava sempre più nitido, sempre più vicino, sembrava un cigolio, il cigolio della rete. Aprì gli occhi. Il suo Hector era ancora su di lei, felice, e felice stava diventando anche lei. Lo baciò, gli baciò il viso, lo strinse forte alla vita. Hector la baciava e l’accarezzava e, intanto, restava lì, con lei. A Laura piaceva; tenendolo stretto, cominciò a muoversi, lentamente, e Hector restava sempre lì con lei. Sospirarono insieme: lei, di piacere; lui per l’ultima volta.
2. Il generale stava ribadendo ai giornalisti che i militari si erano assunti l’onere di riportare l’ordine in Argentina. La missione finalmente era compiuta; la guerra civile era conclusa – e Hector non trattenne una smorfia, sentendo così definire la repressione e il terrore di una parte sola. Ora, però, era il tempo della concordia nazionale, della pace sociale; occorreva tacere e dimenticare, per il bene della Patria – e il generale guardò, uno per uno, ciascuno dei graziati. In quanti avranno capito che è un avvertimento, una minaccia? – si chiese Hector. Ci terranno sotto controllo, per scoprire chi frequentiamo; e se qualcuno riprende a lottare o parla con i giornalisti, sarà ucciso. Potrebbe accadere addirittura stasera, quando torniamo a casa dopo questa messinscena. Non posso rischiare, devo agire subito, anticiparli. Salutata la mamma, approfitterò della confusione per sparire, almeno fino alla formazione del nuovo governo. La mamma capirà. Sarà dura, però; anche per me. Povera mamma! Io almeno ho di fronte il nemico, e questo mi aiuta a rimanere lucido e impassibile; lei, invece, è in piazza, fra le altre Madres, fra i nostri …
Per Laura, il concepimento fu un miracolo: quel figlio doveva nascere, e volle chiamarlo Hector. Era stato, anzi, un miracolo d’amore e quell’ultimo immenso gesto d’amore del vecchio caro Hector, verso di lei e verso la nuova vita, aveva indicato la strada da seguire: l’amore, gli altri. Laura si preoccupò di guidare il figlio su quella strada, convincendosi che il piccolo Hector fosse un predestinato e che quel destino, governando la sua vita, avrebbe reso il loro rapporto diverso da quello che ogni mamma si attende. Col tempo, si accorse che quel destino aveva cambiato anche la propria vita, imponendole di restare accanto a Hector, di aiutarlo nella sua missione. Imparò che si ama perché si ha bisogno degli altri. Fu un nuovo inizio. Il mulino divenne una taverna e, poi, una locanda, un luogo di incontro e di confronto. Laura e Hector scoprirono il tempo: quello soggettivo, certo, delle cose quotidiane, il tempo degli anni, dei nomi, dei ricordi; ma, soprattutto, il tempo degli altri. Con le prime marce delle Madres, appresero delle ingiustizie, dei sequestri, delle sparizioni. Cominciarono ad aiutare i giovani, le famiglie, i perseguitati, fino a quando Hector, resosi conto dei rischi che correvano, decise di operare nella clandestinità, raccomandando alla madre una condotta discreta e prudente. Laura si recò raramente in Plaza de Mayo, però conosceva tutte le Madres, andava a trovarle a casa, e nella sua locanda affluivano le notizie da riportare alle famiglie e ai giornalisti.
Una delle notti prima del sequestro, Hector aveva sognato. Ignorava le credenze della madre su di lui, nulla sapeva della sua presunta predestinazione, della missione; quello che faceva gli sembrava giusto, e basta. Sin dall’inizio della clandestinità, si era sentito sempre in pericolo, fra la vita e la morte; e quando pensava alla vita, si scopriva in bilico fra un passato che non esisteva più e un futuro che non intravedeva ancora. Non dormiva da due giorni e quella notte, inoltre, si sentiva in un posto sicuro. Appena si abbandonò al sonno, vide un rombo luminoso, delimitato da una striscia gialla lucente. Il rombo era sospeso fra il cielo e la terra; al suo interno, come in un caleidoscopio, si mescolavano rosso, azzurro e blu. Oltre il perimetro giallo, il groviglio si scioglieva, e due strisce di ciascuno dei tre colori formavano, in modo preciso e distinto, innumerevoli canali entro i quali scorrevano flutti vermigli. I flutti erano illuminati, dall’alto, da una luce azzurra, lo stesso azzurro del rombo e dei canali. Osservando con attenzione la figura, il rosso del rombo si rivelava essere lo stesso vermiglio dei flutti, mentre quello dei canali appariva ora più cupo, più tetro, triste. I flutti vermigli scorrevano a lungo, fino a terminare entro delle cavità nere. Hector si svegliò subito; si alzò e disegnò su un foglio l’allegoria appena sognata, annotando le sfumature dei colori e le prime sensazioni avvertite. Non riusciva a dare un senso a quella figura, però continuò per più notti, prima di addormentarsi, a ripensare a quel sogno e ad annotare sul foglio le impressioni di volta in volta suscitate. Quando infine fu sequestrato, gli trovarono in tasca il foglietto con il disegno e gli appunti. Lo picchiarono e torturarono per farsi spiegare quel segreto, e con questo obiettivo i carcerieri lo tennero in vita. Hector, così, finì per pensare costantemente a quel sogno e, col tempo, si convinse che il rombo, sospeso fra terra e cielo, era la vita umana, e la sua in particolare. Il rosso indicava l’energia vitale e creativa; l’azzurro e il blu rappresentavano la capacità di attingere, per un verso, dalle necessità e dai bisogni terreni, e, per l’altro, dalle emozioni e dagli ideali. I flussi vermigli, ordinati dal giallo lucido dell’intelligenza, tracciavano il cammino intrapreso per scardinare un assetto sociale e delinearne un altro, fronteggiando i rischi - rappresentati dai tre colori dei canali - della morte violenta, della tirannide e dell’immobilismo privato. La luce azzurra, che illuminava dall’alto i sentieri vermigli, gli sembrava richiamare un legame con qualcosa di profondo, di primario, come una provenienza, delle radici – un modello, forse, un esempio o quel padre di cui la mamma gli aveva sempre parlato. I sentieri, infine, conducevano alle zone buie, che, per lui, rappresentavano certamente l’ignoto, la notte; ma anche l’humus, l’origine di ogni cosa, i germogli di ogni vita. Il sogno, anzi, quell’interpretazione del sogno gli diede la forza e la speranza per superare l’incubo del sequestro, e, ora che sentiva le voci delle Madres in piazza, era sicuro di aver preso la decisione giusta. Non era ancora possibile, per lui, tornare ad avere una vita privata; l’avrebbe avuta, forse, un giorno, quando tutti gli Argentini avrebbero potuto goderne liberamente e con sicurezza.
Giornalisti e telecamere cominciarono a uscire dal portone. Le Madres più vicine sentirono che veniva richiesto agli operatori di ruotare l’inquadratura dalla Casa Rosada alla Plaza de Mayo, tanto, poi, per le trasmissioni, avrebbero inserito altre immagini.
Laura ne capiva abbastanza, ormai, da temere che il compromesso politico che si stava delineando era ancora troppo fragile e confuso per evitare il pericolo di una ricaduta nell’incubo. Era indispensabile fare giustizia. Intuiva, soprattutto, che questo fosse anche il pensiero di Hector. Non nutriva, pertanto, particolari illusioni; di alcun tipo. Ma proprio per questo, ora, le sembrava così bello e magico vivere quel breve momento in modo totale, concentrare tutto il suo amore su una sola persona, suo figlio, carne della sua carne e del caro vecchio Hector, indimenticato, e recuperare una parte di se stessa che credeva irrimediabilmente perduta. Si sentiva finalmente una persona e, pur restando per sempre una delle Madres, non lo avrebbe più dimenticato.
Si creò confusione davanti alla Casa Rosada. Un grido risuonò nella piazza. Plaza de Mayo si riempì di gente festante. Partì un battimano prolungato. Finalmente. “Figlio mio, mi vida!”.
Gerardo Giordanelli, via Malvitani 146, 87036 Rende (CS).
Cinquanta anni, laureato in Filosofia, ex insegnante liceale, attualmente quadro direttivo in una azienda bancaria. Da qualche anno si occupa di narrativa. Ha scritto un romanzo e una raccolta di racconti.
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