SOGNI E SPERANZE; RICORDI E NOSTALGIE
Sala
al buio
(in off, voce di donna) Disoccupato e senza amici,
consumava il tempo contemplando la vita che passava davanti ai suoi occhi.
Non si alzava dalla sedia nel cortile se non per sedersi a tavola con quel sentimento di colpa
che hanno tutti gli esuberi del mercato. Aspettava qualcosa di indefinito,
un cataclisma, una meteorite…qualcosa che cambiasse lo stato delle cose. Le mani gli pesavano come arnesi
consumati, arrugginiti al sole, e lui le guardava ricordando i tempi in cui
alzavano alte le bandiere che reclamavano la liberazione. Un giorno d’estate, dalla finestra entrò volando un fiore.
Forse stanca da un lungo viaggio, la farfalla cadde. Cadde nel bel mezzo del
piatto di minestra, dipingendo con colori sgargianti quella gelatina grassa
che sua moglie gli aveva servito. Lui, disperato, corse col piatto in mano verso la stanzetta
degli attrezzi e si rinchiuse tra barattoli di vernice arrugginiti e rotoli
di vecchio fil di ferro, tentando di riscattare di nuovo quella vita che si
dileguava tra fagioli screpolati e verdura sfilacciata . Un nuovo brio gli
nasceva da qualche parte e gli faceva muovere un’altra volta quelle dita abili
del falegname che fu. Fedele al genio tradizionale
degli argentini che riparano tutto con nastro adesivo e fil di ferro, con
schegge di stuzzicadenti usati ricompose la struttura delle ali. Col
cotone di una camicia vecchia riparò le membrane ed, alla fine, con filo da
cucire diede forma alla snella cintura, accentuando le sue curve sensuali.
Con acqua piovana le lavò gli occhi impastati di brodo e usò lacca per capelli
per raddrizzarle le antenne. Non era la stessa farfalla coi colori dell’arcobaleno,
ma almeno era viva. Nelle settimane impiegate nel restauro, tanto la minestra
quanto la vita coniugale si raffreddarono inesorabilmente. Quando uscì dallo
sgabuzzino alla luce del cortile, scoprì i geranei secchi coperti di ragnatele
e la polvere che si accumulava negli angoli danzando come gatti impazziti
colla brezza mattutina. Sul tavolo della cucina, bianca candida, una busta
conteneva, in una breve e fredda frase, il saluto finale di sua moglie. Accettò la nuova situazione con la stessa rassegnazione
e fatalismo con cui si era accomodato alla perdita dei suoi riti quotidiani
quando lo avevano licenziato anni fa ed il neoliberismo appiattì ogni lotta.
La farfalla, malgrado le sue cure, non ha più potuto volare. Cammina a salti
e, come un cucciolo fedele, lo segue ovunque vada all’interno della casa vuota. Pranzano insieme:
lui, il suo piatto di lenticchie e lei, il suo cucchiaino di acqua zuccherata.
Poi, per ammazzare il tempo, discutono di politica fino a tardi. Lui, come
un fiume in piena spiega le strategie che usa il potere per fregarci; lei,
lo ascolta con silenziosa ammirazione. Formano una coppia ideale, felici di
condividere le loro solitudini e dandosi mutuamente un amore infinito. (Si
accende una luce dorata sul palco scenico e mostra Paolo con una farfalla
sulla spalla, seduto in una sedia bassa). (La farfalla è fatta con rattoppi
di stoffe diverse) CONFESSO CHE HO SOGNATO. Sì, confesso che ho sognato. E non tanto innocentemente. Sinceramente e con la mano sul cuore, confesso che ho commesso ciò che
tanti oggi ritengono un lieve peccato di gioventù. (alla farfalla) Tu lo sai, vero? Come vanno queste
cose. Tanti sogni e tante sconffite,.... tanti desideri frustrati,... Sì, con gli occhi aperti alla realtà ed in pieno possesso delle mie facoltà
mentali mi sono lasciato andare per quei sentieri scivolosi che portano all'impossibile. Però che avventura ! Come correva il sangue dentro il corpo ! E l'allegria
! Un formicolio che saliva dai piedi, dava forza alle mani ed illuminava con
scintille ardenti lo sguardo. (alla farfalla) Vedi, mi viene ancora la pelle d’oca. Perché no ? Quella era la domanda. La domanda chiave che aveva come sola
risposta il coraggio. Perché no ? Perché no ? Sempre quell' orizzonte lì, a portata di mano,
e che ci stimolava a continuare nel lavorio di disegnare strade per scoprire
che cosa ci aspettava dall'altra parte. (alla farfalla) Un paso in avanti e l’orizzonte che si allontana. Ma si trattava giusto di questo: di camminare. Di camminare. Di tracciare un sentiero. Un sentiero sicuro. (cantichia)
“Caminante,
no hay camino. Se hace camino al andar.” E così, con la testa piena di immagini luminose come una mattina dopo la
pioggia, di progetti vulcanici e di banalità che nessun altro aveva pensato,
ho vissuto intensamente il mio tempo, con le vele spiegate al vento, volando
di sogno in sogno. Non tanto innocentemente, ho sognato biciclette multicolori perché tutti
i bambini del mondo potessero percorrere i sentieri dell'arcobaleno; una fabbrica
di mattoni perché i senza tetto non si coprissero più con le stelle; canali
e fiumi che scendessero dai ghiacciai millenari, bagnando le terre feconde
degli antichi abitanti del continente. Ho sognato piccole case bianche con
gerani rossi, sotto l'ombra di un grande albero protettore, perché le coppie
di sposini potessero urlare il loro amore senza disturbare i vicini. Vedevo il continente quasi vuoto, quasi un deserto da essere popolato. E così ho sognato porti e stazioni piene zeppe dei poveri più poveri del
mondo che arrivavano per condividere la nostra abbondanza. Sentivo arrivare le navi dalle alte ciminiere dorate, che salutavano la
nuova vita con sirene dai gravi suoni di trombone. Ed immaginavo nelle pensiline,
lunghe code di persone che parlavano lingue melodiose e facevano gesti difficili
da comprendere. Però tutti, gli africani, gli asiatici, gli europei, portavano nello sguardo
quel luccichio speciale della speranza. (alla farfalla) Sai cos’è la speranza, no? E’, --come dirlo--, un qualcosa che..., quando
sei disperato, nella merda fino al collo, ti dà la carica per stringere i
denti e continuare a tirar avanti. Capisci? Un po’ più in là, immaginavo noi, gli indigeni, i truffati dalla storia,
lì ad aspettarli, per insegnar a chi scendeva dal freddo il cammino del focolare. Ho sognato anche, --perché fantasia non mi manca--, un governo di artisti
e scienziati, non di professionisti della politica, non quei tecnocrati del
dito ed esperti in discorsi mediatici. No. Artisti e scienziati, fratelli
nel lavoro di creare una multinazionale del sentimento e del sapere che potesse
distribuire ad ogni neonato del pianeta un'azione al portatore con diritti
inalienabili. Ho sognato l'abolizione della proprietà privata sui campi, sui fiumi e
sui mari. Con una gomma ho cancellato da tutte le carte geografiche le linee
artificiali divisorie di culture ed ho invitato gli adolescenti a sognare
i continenti con colori sfumati. (alla farfalla) Sai cosa sono i confini? Hai mai visto uno tu, che hai volato tanto? Ma
non è che vieni dal Brasile? E non hai mai visto una linea traciata per terra
!!! Vedi, allora non esistono. Ho sognato il rituale dei bambini
che, stampando gioiosi l'impronta delle loro mani nei muri della città, avrebbero
potuto sempre trovare i segni della propria identità e dire: "io sono
stato qui". Non tanto innocentemente ho sognato il ritorno ad una società gestita da
tenere donne seminatrici per scongiurare le guerre. Un Consiglio di nonne
sagge per dirigere l'economia, --si sa che le nonne hanno una vocazione naturale
per vivere bene risparmiando--, e ministri adolescenti per promuovere la creazione
senza limiti. Perché no ? (alla farfalla) Dimmi tu, perché no? Perché si deve pensare tutto in una sola direzione?
Ma chi lo ha detto? Ho sognato. Sì, confesso che ho sognato un mondo migliore e più giusto,
senza confini. Assieme a tanti altri. Riconoscendoci come fratelli in quello
sguardo che mirava oltre l'orizzonte. Lavorando a braccia spezzate, abbiamo
sognato. Lottando gomito a gomito, abbiamo sognato. Con la musica nel corpo
ed il fuoco nel cuore. Con la musica nel corpo ed il fuoco nel cuore. (alla farfalla) Ora ch'è passato un po’ di tempo, mi guardo intorno e trovo questo incubo.
Vedo la vitalità dei nostri sogni e la comparo con questa agonia. L’ottanta per cento della popolazione mondiale è infelice. Dimmi tu se
non è un peccato! Qualcuno è responsabile di questo; qualcuno è colpevole. (nel fondo buio, si intravedono delle persone che camminano e si incrociano,
sagome nere sullo sfondo appena illuminato del telone. Lasciano ferma una
sagoma umana in piede, ben visibile dopo che loro si sono ritirati) Non è passato tanto tempo. No. Comunque, gli eventi che si scatenarono poi come un uragano, hanno spazzato
via un'epoca che sembrava una primavera. E fra le rovine sparse si riconoscono
ancor oggi i segni di quel giardino fiorito costruito da tutta una generazione. (guardando
indietro, verso la sagoma) Ti ricordi, Miguel ? Che vita!!! Io ricordo l'allegria... Il piacere di prepararsi un panino in fretta perché
non si aveva il tempo per sedersi a tavola. Infilarsi una giacca grezza ed
uscire sotto il tiepido sole del mezzogiorno, verso l'angolo dove ci si trovava
con i compagni. Ricordo le riunioni. L'arrivare in segreto, seguendo strette norme di sicurezza
per sfuggire ai controlli della dittatura, a quei posti lontani da ogni solennità:
il retrobottega di un falegname oppure la cucina della zia compiacente, ancora
impregnata del profumo di un pranzo frugale. Ricordo quella serietà adusta
e l'atteggiamento monacale iniziali che si trasformavano a poco a poco in
un tumulto gioioso tipico di chi è sicuro del proprio destino. (verso la
sagoma) E tu tentando ad ogni modo di mettere ordine. Eri così serio in tutto. Ricordo il sapore delle parole. Quel tono basso e grave da congiurati che
usavamo nel pronunciare un idioma inventato in cui trovavamo un'identità profonda.
Parole brevi, silenzi profondi che tutti capivamo. Un suono severo come severe
erano le verità che proclamavano. Quel suono austero tremava lento sulla bilancia
che pesava ogni parola ed ogni spazio quando si organizzava il futuro. (verso la
sagoma) Ricordo gli argomenti. La ragnatela di discorsi enormi che abbracciavano
tutto l'universo. Tu, Miguel, tagliando
pezzettini di carta per spiegare ai nuovi arrivati la distribuzione della
produzione e della ricchezza. Quelle analisi esuberanti che partivano dall'uomo
primitivo per finire contabilizzando tutta la felicità che avevamo perso lungo
la strada dell'evoluzione. La storia di noi, Neanderthal arretrati, lottando per non soccombere contro
il moderno cannibale Cromagnon. Ti ricordi, Miguel? Emettevi grugniti come
un vero uomo delle caverne quando anticipavi le mosse del neoliberismo. Felicità che tentavamo di restituire all'umanità attraverso sentieri intricati
oppure utilizzando veloci autostrade. E in quelle complicate equazioni od
in teoremi difficilissimi tentavamo di intravedere se conveniva intraprendere
il viaggio con passi lenti oppure affrettarlo per scorciatoie pericolose,
convinti che la Storia e la Natura giravano dalla nostra parte. (alla farfalla)
La Storia e la Natura giravano dalla nostra parte. Sarà ancora così? Tu
cosa pensi? Un giapponesse ha proclamato che siamo arrivati alla fine della storia.
Mi vien voglia di ridere! E della natura...meglio
non parlarne: guarda in cosa ti ho trasformata per non conoscere i segreti
della biotecnologia. Quasi quasi ti brevetto. Chiudo gli occhi e vedo il viso dei compagni, dei sopravvissuti e di quelli
che non ci sono più. Ricordo la maturità di quei giovani che avevano scelto
quelle strade difficili che portavano alla creazione di un uomo nuovo. Stoici
come crociati, armati di quel sentimento comune di amore vero, disinteressato,
si distaccavano dalla propria vita perché la vita potesse fiorire un'altra
volta. Avevano quell'entusiasmo e quella forza, semi di energia pura, cosmica
e vitale, che spingeva il mondo verso un cambiamento di qualità. Ricordo anche la responsabilità
che ci arrogavamo. Non esistevano alibi o giustificazioni. Era solo nostra
colpa se non riuscivamo a centrare il movimento giusto per raddrizzare l'asse
del pianeta. Prima, tanti altri l'avevano
intentato senza successo. Adesso, era nostra responsabilità cancellare tutti
i torti umani ed incanalare la vita dentro i binari di maggiore uguaglianza. Ricordo gli amori che nascevano al calore di quel fuoco sacro. Il darsi
interamente all'altro senza altre sicurezze che uno sguardo o lo sfiorarsi
di una mano. (verso la
sagoma) La tua ragazza. Te la ricordi ancora? Come ti guardava!!! Tutto zucchero
e miele. Cosa sarà stato di lei? (alla farfalla)
Era bellissima la psicologa. Tutta
bionda e con un sorriso aperto. Come un sole. Sì, Miguel, quegli affetti crescevano
sinceri e profondi con la convinzione che la morte era in agguato dietro ogni
angolo e così si doveva approfittare intensamente di ogni istante della nostra
vita; mi ricordo bene. Non erano amori esplosivi, quelli? Non erano parte di un ciclo geologico
e capaci di far crescere montagne e di scaturire i tramonti più belli della
storia umana?. E questo era una verità inconfutabile, non dirmi di no. (verso la
sagoma) E ricordo le canzoni. Anche tu? Come un motore popolare quei versi semplici,
dritti al cuore, --el pueblo, unido, jamàs serà vencido--, e l’altra? (canticchia)–“ancora cantiamo,
ancora viviamo”.--, impossibili da dimenticare. Quella voce di tutti che era
la liturgia che accomunava le speranze, le rabbie, gli amori e gli odi di
tutta la gente. Oggi ancora le canto. Mi basta ascoltarle per ritornare ai miei piccoli
momenti di felicità e sentirmi ricco. Le sento vibrare in tutto il corpo,
crescendo a poco a poco, con la pelle d'oca. Non faccio conti con il passato. No. Dopo tutto, in 500 anni, una generazione
non conta un gran che e mai avevamo pensato di vedere il risultato del cambiamento.
Anche tu pensavi che neanche i tuoi nipoti avrebbero visto l’uomo nuovo di
cui tanto parlavamo. Avevamo anche calcolato la sconfitta ed eravamo sicuri che, tardi o presto,
altri avrebbero alzato le stesse bandiere. Qualcosa si intravede, ma…chi lo
sa se sarà lo stesso. Perciò, in questo momento, Miguel, in questa lontananza
geografica che mi tocca vivere, mentre
aspetto che germoglino i semi che abbiamo piantato assieme, come una ginnastica
quotidiana, alimento la memoria. Un atto che metto in pratica quando questa
realtà artificiale mi soffoca. I ricordi diventano così una strategia di resistenza,
forse una tattica di difesa. Allora, in questa stanza straniera, quando la
luce tenue della lampada dell'angolo illumina la tua fotografia sorridente
e quei pochi oggetti che accompagnano le mie nostalgie, sento che l'atmosfera
lentamente si profuma un'altra volta di primavera. Ma, cazzo, quanto mi manchi!!! (dietro,
si sommano altre sagome alla prima: alcune di donne e almeno un bambino. Si
alza la luce e si scoprono bianche. In ogni posizione, quasi invadono il palco.
Scendono dall’alto fili sostenendo fogli di carta, con impronte di mani: fondo
nero, impronta bianca) (voci registrate,
in off, danno dati e nomi; tanti nomi: “Io vengo da Il Vesubio”...”Io sono
stata torturata a La Cacha”...”mi hanno fatto partorire e mi hanno rubato
il mio bambino”...”cercate Floriàn Avellaneda, aveva 14 anni”...”a Margarita
Belèn hanno masacrato metà degli abitanti”...”il peggiore era Bergès, era
il medico che diceva quando andar avanti e dove apliccare la corrente perché
dolesse di più”... “nel fondo del mare, cercate nel fondo del mare”... Scendendo tre scalini, a sinistra c'era una porta metallica coi suoi rumori
tetri di catenacci e lucchetti. Il corridoio oscuro e umido era lungo come
un'agonia. Così me lo hanno descritto molto tempo dopo uno dei 380 campi di
concentramento argentini. Ricordavano l'odore. Difficile da descrivere. Qualcosa come di tabacco
concentrato che feriva le narici. Mi raccontarono della luce, quella luce
fredda al neon, tanto artificiale come tutta la scenografia che decorava quella
cantina fetida. Senza enfasi, mi hanno descritto la lunga catena contro il muro e i materassini
gettati per terra separati da bassi tramezzi di truciolare, in lunghe file
come cucce per cani addomesticati. Poi, con emozione contenuta, altri mi hanno parlato del buio e della difficoltà
di respirare attraverso il cappuccio di stoffa pesante. Senza possibilità
di vedere, gli altri sensi si affinavano in modo incredibile. Tutti ricordavano
quei piccoli e lievi rumori che costituivano tutto il loro mondo: i passi
felpati degli stivali con la suola di gomma, lo scricchiolio di un cassetto
della scrivania che da là in fondo li controllava, l'eco delle serrature ed
lo sbattere delle porte. Tanti ricordano ancor oggi il secco click senza olio della maniglia della
stanza numero tre, quella della tortura, quando si apriva minacciosa sopra
le loro ansie. E nella memoria restò loro inciso l'ansimare. Il respiro pesante,
quasi animale, che colmava tutto il recinto. Mi hanno raccontato mille volte il rumore che li svegliava quando, con
un tramestio esasperante, il boia cominciava puntuale a lavorare. Il tintinnio
dei terminali elettrici che preparava per l'operazione, lo strisciare sul
pavimento delle gambe metalliche del lettino ed il ronzare azzurro della macchina
quando provava la sua efficienza. Altri ancora, con la stessa voce grave quasi senza inflessioni, hanno raccontato
la sensazione del sudore acre che correva lungo le braccia. Quell'odore speciale
che cresceva da dietro le orecchie ed impregnava tutto come se un animale
stesse marcando un territorio che non doveva essere violato. Mi hanno raccontato
della sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco e lo sforzo per controllare
gli sfinteri malgrado il tremore che invadeva tutto il corpo. E poi, le grida. Per ore quelle grida inumane che restavano come un eco, galleggiando fino
al giorno dopo alla stessa ora. Non hanno memoria del dolore, però. Dicono che è forte, impossibile da sopportare, ma c'è un pudore quasi infantile
che impedisce loro di trasmettere la sensazione. Mi hanno parlato solo dell'umiliazione. Come un sentimento di violazione
del pudore naturale. Una sensazione enorme di vergogna per trovarsi nudi,
con le braccia e le gambe aperte in quella posizione ridicola. E la paura. Questo sì lo trasmettono. La paura di parlare, di dire qualcosa
che potesse recare danno a qualcun altro. Una paura profonda e viscerale di
non poter resistere e, allo stesso tempo, il terrore del dolore incontrollabile. Ricordano la rabbia. Raccontano
che si scatenava come un fiume in piena, incontenibile, ed era l'unica tavola
di salvezza. Dicevano che il boia allentava la sua azione quando cominciavano
ad insultarlo perché così il suo lavoro non era più efficace. Tutti ricordano
con esattezza l'odore dei peli e della carne bruciacchiata e quel profumo
piccante che lascia l'elettricità nell'aria. Uno di loro mi raccontò con un lieve accento di nostalgia come si consolava
ascoltando la melodia lenta che, dopo ogni sessione, canticchiava quel compagno
che mai ha conosciuto. Diceva che, malgrado gli ordini di silenzio, lui continuava
in un mormorio il suo viaggio interno, sicuro del suo destino. Forse non lo sapeva, però con quel canto gli dava il coraggio per continuare
a resistere. Tutti raccontano le furbizie con cui si passavano i nomi attraverso i tramezzi.
Alcuni, con sussurri ripetuti come colpi di tosse, dicevano i propri cognomi
brevi e secchi; altri avevano inventato un sistema morse di piccoli colpetti
e fruscii. Tutti sfuggivano, tardi o presto, dall'anonimato in cui li avevano
confinati. Nessuno ha dimenticato il numero che avevano loro assegnato ed al quale
dovevano rispondere il mercoledì pomeriggio quando chiamavano all'appello,
unico momento in cui sentivano i loro compagni vivi e li potevano identificare
dal suono della voce. Tutti parlano con un certo imbarazzo dei sospiri di sollievo di quelli
che non andavano sui camion e del russare profondo che regnava quella sera,
approfittando intensamente di un'altra settimana concessa. Non sono tanti, ma vengono da tutti i campi di concentramento sparsi per
il Paese. Parlano fuori dal tempo; con parole brevi, senza aggettivi pomposi
che possano contaminare la sacralità della loro testimonianza. Le loro voci
gravi acquisiscono la cadenza ed il ritmo della pioggia persistente capace
di forare le pietre. Hanno lo sguardo pulito e, con una traccia di tristezza,
sembrano chiedere scusa per l'impudicizia di quello che descrivono. Alla fine, mi dicono che non hanno conosciuto i miei compagni, che non
li hanno visti nè sentiti. Di Miguel, nessuna traccia. Come se li accompagnasse un eterno sentimento di colpa, mi dicono che ciò
è tutto e si scusano di non potermi aiutare di più. Non ho notizie dei miei compagni in quella tragica e disperata situazione.
Loro, i sopravvissuti, non hanno avuto la possibilità di raccogliere più dati
che permettessero di rintracciarli. Ed i militari ancor oggi fanno silenzio
sul loro destino. (si abbassano
le luci e le sagome tornano al buio) Miguel, Figueroa, il neretto Ayala, il ciccione Ramos e Amanda, sua moglie.
Caccilo, l'orbo Gioacchino, Francesco, il russetto Jaime, Norma ed il suo
bambino, ormai non ci sono più. Sono "desaparecidos". E assieme
alle migliaia dei "desaparecidos" del continente, li vedo adesso
semplicemente come immagini evanescenti senza un paesaggio, galleggiare lentamente
nell'aria, sorridenti come nei momenti del grande sogno collettivo. Li hanno portato via un mercoledì pomeriggio ed io non ricordo se pioveva
o se c'era il sole. Solo ricordo la profonda vergogna di essermi salvato. (musica) Nessuno ha parlato. Nessuno mi ha dinunciato... neanche
Miguel. Miguel mi ha regalato la vita. Perciò, malgrado le cicatrici dell'anima e di questa eterna stanchezza,
adesso la rabbia si trasforma in motore, mi scuote la ruggine e mi obbliga
a radunare gli amici per metterci di nuovo a sognare. Sognare un mondo senza guerre e senza polizia; senza veleni e senza avidità.
Un pianeta di mani aperte; la semplicità di una vita degna e la distribuzione
equa della tenerezza. Perché in questa terra, l'essere umano non si trasformi nell'unico animale
contro natura. Parto ora. Non so bene dove...forse verso le montagne azzurre del Friuli
che ricordava mio nonno nei suoi disegni carichi di nostalgie. Perciò metto le cose in ordine e lascio il mio testamento appeso nell'armadio. Do un bacio a tutti, un grande abbraccio. Grazie, vita, per ciò che mi
hai dato. Ciò che ho vissuto lo porto nel ricordo: quel tramonto nel bosco delle
cascate in cui ho imparato che si possono guardare le cose da un altro angolo;
quel bacio sul dito, il primo assaggio di tenerezza adolescente; la savana
della Guajira, dove ho sentito per la prima volta un indigeno chiedere perdono
al cervo prima di ucciderlo per sfamare la sua famiglia; le alte montagne
del Tucumàn, dove ho scoperto che posso vedere nel buio gli antichi sentieri;
i lavoratori degli zuccherifici; Candelario, mio fratello di sangue; i compagni
che hanno riempito la mia vita e l'hanno fatto così ricca ed intensa. La risata
di Nico ed i versi di Emi, i miei figli adesso lontani. Ma nel ricordo c'è anche il terrore, lo stringere dei denti, il fuggire
senza una meta fissa, il tener duro e non mollare. Hilda, Marta, Graciela e Ramòn, compagni di esilio, compagni dell'anima. Quito e Guayaquil, città che mi hanno dato tanto riposo e conforto; e Bogotà,
indimenticabile nella sua violenza passionale. Lascio il mio testamento appeso nell'armadio e mi apro al mondo. Con le
mie pene e con le mie allegrie voglio partire. Ho la vita in regalo e la voglio vivere. Trovare l'entusiasmo e lasciarmi
andare. Percorrere le acque feconde che non torneranno più indietro. Sento una musica nel corpo che mi svegli sentimenti di fratellanza con
questa specie in estinzione che chiamiamo umanità. Ho le voglie e mi sento adolescente. Ho la stessa incoscienza e lo sperma urgente. Quando uno si allontana Anche l'orizzonte si allontana. Per guadagnare piccole cose, perdo piccole cose. Quelle cose quotidiane come gli amici, le grigliate e la tramontana. Piccole cose: il calore della gente, le strade familiari, la ruggine delle verande, le cupole nere come montagne. E quando già sono qui, non sento più il canto dei passeri nella mattinata, non trovo il colore dei marciapiedi, nè l'odore della pioggia sulla terra bagnata. Cose che si mettono assieme, che fanno la storia, come piccoli e cari tesori che si accumulano nella memoria. Nella valigia c’è tutta la mia vita. Cammino le nuove città fischiettando vecchie canzoni; cerco, nudo e balbettando, le parole per comunicare. Con un piede qui e l'altro là, lotto per non perdere l'identità. Come una grande illusione percepisco questa realtà: un miraggio che non
ha niente di naturale; uno specchio contorto che deforma il riflesso dei nostri
bisogni e dei nostri desideri. La vedo come un grande supermercato che, con le sue luci al neon, ci trafuga
la felicità scambiandocela con banalità confezionate al cellofan. Mentre la
vita si fa sempre più infelice, ci offrono l'immortalità. Tutti viviamo sotto
la copertura di un brevetto di proprietà. (suono di telefonino: Rin...Rin!) Pronto!...Pronto!... Non mi importa sapere chi sei, da dove vieni, oppure se ti piacciono i fiori o se piangi nei giorni grigi. Come un disadattato, insisto nel comunicare i miei sentimenti per costruire con te una torre di campanelle e di gladioli bianchi. Pronto; pronto......(come se avesse caduto la linea) Sarò un asociale ? Cerco di comunicare con gli altri,... e vogliono vendermi
un telefonino o la realtà virtuale. Credo che sia essenziale bilanciare nell'armonia di un cielo blu un amore trascendentale. Ho la vita da regalare, un sorriso da donare. Ho nelle mie mani il sole e cerco chi toccare. Sto creando un uomo nuovo, non posso fermarmi. Malgrado la mia età, devo crescere. Sto lavorando l'argilla, comprendendo la storia e preservando la memoria. Da questa scoria crescerà un fiore bagnato dall'acqua di una sorgente che attraverso le nuvole bianche vedrà la luce del sole. La sua risata sarà come il vento. Una tempesta affamata che divorerà le ingiustizie perché non ci siano più bambini morti. Regnerà la ragione e non esisterà più la tortura. Tutto sarà una canzone e si rispetterà la natura. Per tutto questo, ti chiedo, compagno: molla il mercato. Prendi la foglia verde dei grandi alberi prima che arrivi l'autunno. Balla la tua danza d’estate libero dai vestiti vecchi e sogna. Perchè no? Non voglio ballare da solo. La foglia verde dev'essere consegnata; i vestiti vecchi, bruciati. Prendi la foglia verde, compagno, prendi anche il fiore e fa il rito: stampa l'impronta della tua mano su un muro e dì "l'umanità non è finita; non sono un clone". Immagina i bambini governare e le donne ridere al sole. Perchè no? Da là, guarda, vengono gli uomini
asciugandosi il sudore. Immagina la giustizia con un cuore: Perchè no? non più sbarre che rinchiudano la ragione. Guarda, ora arriva un ministro a renderci conti della sua azione. Non avere nè vergogna nè pudore, prendi la foglia verde ed il fiore, lotta per il tuo diritto al lavoro ed alla pensione. Vieni e libera la tua natura sensibile. Sogna con me, compagno! Un altro mondo è possibile. Perchè no? Eh?!!! Perchè no? (Musica molto allegra)
ALBERTO DI GIUSTO Nato il 27/12/46, ex militante della JTP e già rappresentante delle Nonne di Piazza di Maggio nel Triveneto.
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